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Hotel Mamma: quando i figli non vogliono andarsene di casa

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Perché i figli rimangono sempre più a lungo a casa? E quali conflitti genera questo fenomeno all’interno della famiglia? Lo psicologo Marco Giorgetta risponde nella nostra intervista agli interrogativi più importanti che ruotano attorno al tema «Hotel Mamma» e fornisce ai genitori suggerimenti preziosi per interagire con i figli adulti che non vogliono lasciare il nido.

Perché i giovano spiccano il volo sempre più tardi?

Marco Giorgetta:  Non vedo una tendenza di fondo. Fino a 50 anni fa i giovani vivevano perlopiù in casa fino ai 25 anni circa, per poi unirsi in matrimonio. Oggi si osservano differenze più profonde relativamente all’età all’uscita di casa e vari motivi per farlo. In passato si rimaneva nell’abitazione dei genitori tendenzialmente per ragioni sociali, oggi per motivi finanziari e pratici. Sia come sia, un ruolo tutt’altro che trascurabile è ricoperto dalla quota decisamente più alta di liceali, molti dei quali continuano gli studi dopo la maturità. 

In quale misura l’aspirazione a una formazione superiore influisce sul fenomeno dell’«Hotel Mamma»?

MG: Oggi i corsi di studio alle università sono molto più scolastici di quanto non fossero 25 anni fa. Non esistono pressoché più corsi a ciclo lungo che consentono di lavorare in concomitanza con lo studio e quindi di guadagnarsi da vivere. Ne consegue che fino al termine della formazione gli studenti dipendono finanziariamente dai genitori, senza trascurare gli alti costi locativi nelle città svizzere, dove si trovano anche le università. Anche per i genitori più abbienti si pone di riflesso il seguente interrogativo: perché spendere 500 franchi o più al mese per l’affitto quando a casa c’è una stanza vuota?

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    Marco Giorgetta

    Marco Giorgetta ha studiato psicologia all’Università di Zurigo e svolto una formazione specialistica in psicoterapia della Gestalt e psicoterapia infantile e adolescenziale. Ha lavorato in cliniche psichiatriche e nel settore forense – e dal 2016 ha un proprio studio a Bülach.

Quali vantaggi hanno i giovani adulti se rimangono a casa?

MG:  I motivi che li spingono a restare a casa dei genitori possono essere molto eterogenei: la sensazione di sicurezza, minori pressioni a dover guadagnare, la mera convenienza e comodità o voler evitare sensi di colpa. Per mia esperienza l’ultimo punto si osserva spesso, se il figlio ha uno solo dei genitori perché il padre o la madre è partito, è deceduto o è emigrato. In questi casi il figlio rimane a casa e svolge quasi il ruolo di sostituto del partner. 

Quali sono le ricadute del rimandare l’uscita di casa sulla vita familiare?

MG: È fondamentale sapere se i figli rimangono a casa dei genitori per esigenze interiori o motivi finanziari. Se la convivenza riposa su un desiderio reciproco, ci sono sicuramente meno problemi. È verosimile che appunto nelle cosiddette famiglie intatte vi sia una cultura del confronto più matura. In un simile clima di sicurezza e protezione nonché di rispetto reciproco tutti si sentono meglio e nei figli emerge meno la necessità di staccarsi, senza peraltro dimenticare che le gerarchie si sono appiattite. Laddove in passato si richiedeva ubbidienza, oggi si discute e si negozia di più, con l’effetto che anche l’educazione è diventata un compito più difficile. 

«Numerosi conflitti di convivenza nascono dal fatto che la relazione riposa ancora sul consueto schema genitori-figlio e che i giovani adulti dipendono finanziariamente dai loro genitori»

Marco Giorgetta

Quali conflitti sono preannunciati in una «comunità abitativa genitori-figlio»?

MG:  Forse i genitori vengono a sapere della vita dei loro figli adulti più di quanto vorrebbero (ride), il che può sfociare in esigenze di demarcazione dei figli e in conflitti. In particolare se si chiede ai figli, come se avessero ancora 16 anni, dove vanno, con chi escono e quando tornano. Per mia esperienza anche l’aiuto nei lavori domestici è un problema spinoso in numerosi casi. I figli si lavano da soli i vestiti? Fanno la spesa per la famiglia? Oppure se la prendono comoda,  nella profonda convinzione che tanto ci penserà di certo la mamma. 

Cosa consiglia ai genitori in questa situazione?

MG:  Quando giovani adulti convivono con i loro genitori occorre siglare una sorta di contratto che tenga opportunamente conto della ripartizione dei ruoli e delle aspettative reciproche, come in una comunità abitativa. Può rivelarsi anche utile tenere di tanto in tanto un consiglio di famiglia in cui chiarire insieme le questioni poste dalla coabitazione. 

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    Generazione di bamboccioni

    I giovani svizzeri lasciano il nucleo familiare sempre più tardi. L’Ufficio federale di statistica (UST) ha calcolato che tra il 1990 e il 2000, all’uscita di casa i figli avevano ancora 21 o 22 anni, tra il 2010 e il 2016 già 24 o 25 anni. Stando all’UST, il principale fattore d’incidenza all’origine di questo sviluppo risiede nella formazione prolungata. Peraltro è rinvenibile anche una componente culturale: in Ticino i giovani rimangono più a lungo nella casa dei genitori che nel resto della Svizzera.

Come possono i genitori preparare i loro figli all’avventura della vita?

MG:  I genitori sono in primis un modello. Se fanno regolarmente qualcosa insieme ai figli e mostrano loro gli aspetti avvincenti della vita, anche i piccoli svilupperanno una sana curiosità per la vita che più tardi li spingerà a lasciare il nido e spiccare il volo nel gran mondo. Un compito educativo importante a mio avviso è infondere sicurezza e affidabilità: così facendo i figli hanno modo di scoprire liberamente il mondo e sanno che possono tornare in qualsiasi momento dai genitori. È altresì prioritario che i genitori formulino e rivendichino chiaramente le aspettative che ripongono nei figli. Le implicazioni dovrebbero essere comprensibili e, per quanto possibile, prevedibili per i figli – non un giorno una cosa, un giorno l'altra. 

Quali figli tendono a diventare bamboccioni?

MG:  Penso che determinati tratti caratteriali possano rafforzare la tendenza a diventare bamboccioni. I giovani poco determinati o eccessivamente accomodanti o che hanno paura del cambiamento e uno scarso bisogno esplorativo potrebbero trovare l’abitazione dei genitori più attraente che doversi mettere alla prova nel vasto mondo esterno. In questo contesto alcuni genitori devono affrontare le loro proprie paure al fine di poter concedere ai figli le libertà necessarie. 

«Per potersi staccare e vivere in piena autonomia il giovane deve destreggiarsi nel mondo esterno e trovare un proprio spazio nella società»

Marco Giorgetta

Quando si dovrebbe spingere il proprio figlio fuori dal nido?

MG: Se la coabitazione con il figlio già adulto si trasforma in un conflitto continuo, consiglio di indurlo a lasciare l’abitazione familiare, anche se questo passo è auspicato solo dai genitori. In proposito i genitori non dovrebbero farsi alcun senso di colpa, non fosse altro perché a questo punto è ormai tempo senza appello che il giovane adulto impari che un comportamento inadeguato implica delle conseguenze. 

Esiste il momento perfetto o l’età ideale per uscire di casa?

MG:  A mio avviso non c’è un momento ottimale. Dipende da circostanze esterne – ad esempio se il figlio si guadagna da vivere – come pure dalla disposizione interiore dei figli e dei genitori. Ho conosciuto molti genitori felici del fatto che i figli vivessero ancora a lungo a casa con loro, per cui non dovevano darsi pensiero per la loro situazione o la loro vita di coppia. 

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