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«Nessun animale deve morire per un divano de Sede»

Immagine: Daniel Winkler
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Quando nel 2014 Monika Walser ha rilevato la manifattura di mobili de Sede, l’azienda era ormai prossima al fallimento. L’appassionata velista ha rimesso le cose in ordine, salvando dalla bancarotta l’impresa ricca di tradizione. Nell’intervista la cinquantacinquenne racconta come ci è riuscita. 

Testo originale pubblicato in «La mia ditta», la rivista PMI di AXA.

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    Note biografiche

    Monika Walser ha iniziato la sua formazione come sarta da donna e poi ha completato diversi master. Dopo aver ricoperto diverse posizioni manageriali, tra cui presso Sunrise e Freitag, è entrata in Manufaktur de Sede AG come CEO nel 2014.

    De Sede

Signora Walser, perché dovrei acquistare mobili de Sede? Che cosa distingue il vostro marchio?

Perché vuole acquistare mobili di design sostenibile di primissima qualità. O desidera forse una risposta più particolareggiata? (Ride).

Sì, volentieri.

de Sede si distingue fondamentalmente per la sua qualità – per la qualità dei pellami, dell’imbottitura, dell’ergonomia dei suoi oggetti di arredamento e per la sua lavorazione. Integriamo ed esprimiamo questi valori come marchio e azienda, il che trova espressione in ciascuno dei nostri capolavori di artigianato. Il nostro credo vissuto: se torna a casa tra 15 anni, i nostri mobili devono ancora regalarle un sorriso. 

Un divano che rimane di moda per oltre 15 anni?

Certo. Abbiamo numerosi clienti che hanno ereditato i loro mobili de Sede dai genitori o dai nonni e che forse vorrebbero solo farli ricoprire con un nuovo colore. Ecco perché i nostri mobili imbottiti sono anche tra i più sostenibili. Capisco naturalmente che i giovani non vogliono investire molto denaro in un nuovo divano. Ma acquistarne uno nuovo ogni due anni non è neppure più conveniente né tantomeno sostenibile.

Lavorate 70 000 metri quadrati di pellami all’anno. Si può davvero parlare di sostenibilità?

Assolutamente sì. Da un lato, per la loro qualità e durata di vita i nostri mobili fatti a mano sono molto più sostenibili dei mobili realizzati industrialmente, che si rompono dopo un paio di anni. In più, mai nessun animale viene ucciso per produrre un mobile imbottito de Sede. Utilizziamo esclusivamente pelli di tori morti per cause naturali o la cui carne è già stata utilizzata per l’industria alimentare. Se non utilizzassimo il prodotto di scarto che ne deriva – appunto la pelle – questa verrebbe bruciata. Inoltre, importiamo esclusivamente pelle di toro dall’Austria, dalla Germania e dall’Italia che possa essere trasportata via terra fino a noi. Grazie al design elegante e senza tempo dei nostri prodotti, i mobili imbottiti de Sede sono anche un investimento nel futuro. E noi di riflesso siamo una delle aziende più sostenibili della Svizzera.

Perché non utilizzate pelle di tori svizzeri?

Per un semplicissimo motivo: i tori svizzeri sono troppo piccoli.

Quando ha rilevato de Sede nel 2014, l’azienda era sull’orlo della bancarotta. Cosa l'ha attratta in questo compito?

Il mio primo pensiero è stato che questo prodotto svizzero di qualità, questo marchio davvero elegante non doveva scomparire per nessuna ragione al mondo. Dopo tre mesi trascorsi nel mio nuovo ruolo sono state però le persone in organico a convincermi. Le persone che giorno dopo giorno lavorano con passione, orgoglio e dedizione per questo marchio e che in parte sono alle dipendenze dell’azienda da 35 o 40 anni. Queste persone non potevano perdere il loro posto di lavoro. Anche se all’inizio ho trascorso spesso notti insonni, è valsa la pena farlo per loro.

Com’è riuscita a gestire la svolta?

Abbiamo cambiato molte cose contemporaneamente. Da un lato abbiamo ottimizzato e modulato in modo efficiente i processi, dall’altro sono stati apportati anche cambiamenti di personale. Il passo più importante è stato però sicuramente riportare in Svizzera la lavorazione di cuoio e pellame dalla Germania orientale.

Un passo verosimilmente costoso.

Può sembrare così dall’esterno, ma è vero solo in parte. Naturalmente questo passo ha richiesto determinati investimenti iniziali come ad esempio l’acquisto di uno scanner della pelle. Ma se poi si calcolano i costi operativi, è decisamente più semplice, veloce, flessibile ed economicamente vantaggioso aggregare qui gli impianti di produzione, perché i nostri collaboratori conoscono perfettamente i prodotti e sanno pertanto utilizzare al meglio i pellami. All’estero il processo di lavorazione della pelle dà origine a scarti e sprechi che generano costi esorbitanti. Peraltro i salari non sono un argomento a sfavore della piazza svizzera, giacché totalizzano solo il nove per centro dei nostri costi, senza trascurare che qui disponevamo di questo gigantesco capannone allora ancora vuoto e inutilizzato che oggi abbiamo trasformato nella centrale di lavorazione dei pellami e che di fatto è il cuore pulsante della nostra azienda. 

«A conti fatti la capacità dirigenziale di una persona non dipende dall’età, dal genere o dall’origine»

Monika Walser, CEO

Cos’altro ha cambiato?

Abbiamo apportato alcuni cambiamenti di personale, in particolare nel segmento dei quadri intermedi. È stato difficile, ma necessario. Questa azienda non funziona con persone che lavorano alle sue dipendenze solo per ragioni di prestigio o perché de Sede è un marchio noto.

Vale a dire?

Anche se operiamo nel settore del lusso e nella fascia di prezzo alta, a ben guardare siamo una manifattura artigianale dove il legame con il prodotto e l’azienda va percepito e vissuto in prima persona. Oggi da noi lavorano esclusivamente collaboratori il cui know-how è frutto di una dura gavetta e che sanno di cosa parlano. Ci sta molto a cuore, affinché possano anche consigliare al meglio i nostri clienti. Ogni venditore sa esattamente cosa è fattibile e possibile sotto il profilo della tecnica di produzione ed è quindi in grado di rispondere perfettamente alle esigenze individuali dei clienti. Se ha dinanzi a sé un interlocutore del mestiere, capace di spiegarle tutto nel dettaglio, l’aiuto che può darle è decisamente più utile di quello di un supervenditore che però non conosce il prodotto.

Ha un futuro produrre mobili di questa qualità in un Paese con prezzi tradizionalmente alti come la Svizzera?

Certo. Oggi siamo il solo Paese a proporre una formazione per tappezzieri nella quale è possibile apprendere questo mestiere dalle fondamenta. Questo segno distintivo di qualità è ravvisabile in ciascuno dei nostri oggetti di arredamento e non può essere automatizzato.

C’è da dire però che quella del tappezziere non è propriamente una professione alla moda.

È vero, non sono molti i giovani che desiderano seguire questa formazione. Di riflesso, anche per noi è sempre più difficile trovare manodopera qualificata e di consolidata esperienza. Per questo puntiamo molto sul perfezionamento o sull’ulteriore sviluppo interno per promuovere i nostri collaboratori e tenerli nella nostra azienda. E naturalmente nella ricerca di giovani talenti facciamo affidamento anche sulla capacità d’entusiasmo e sul passaparola delle nostre maestranze e dei clienti. (Ride). Ma non sono preoccupata – molte persone provano tuttora interesse e piacere per la qualità, il design e la sostenibilità. E grazie alla nostra cultura aziendale familiare, le persone lavorano davvero volentieri da noi.

Il 70 per cento del vostro mobilio viene esportato all’estero, rifornite 69 Paesi in tutto il mondo. Come gestite, in quanto PMI con 120 collaboratori, la presenza globale?

Nei nostri 13 Paesi di sbocco principali sono presenti localmente collaboratori di de Sede: monitorano le consegne, seguono la nostra clientela e sono i primi referenti sul rispettivo mercato. Negli altri Paesi l’assistenza è fornita attraverso partner come rivenditori o architetti locali. Sarebbe impossibile per una PMI come la nostra fare altrimenti.

Cosa attrae di più: il marchio «Made in Switzerland» o il nome «de Sede»?

Credo che la combinazione faccia la differenza. Quando ci si affaccia su un nuovo mercato, il marchio «Swiss Made» è un grande aiuto all’inizio, in quanto le persone lo associano a qualità, funzionalità e affidabilità. A seguire il prodotto e il marchio devono però convincere in sé, altrimenti si torna rapidamente nell’oblio.

In Svizzera collaborate solo con rivenditori nel segmento del lusso. Diversamente dai suoi predecessori, che hanno venduto i prodotti anche attraverso distributori all’ingrosso.

Anche questo approccio riposa di nuovo sulla nostra filosofia, ovvero chi lavora per de Sede deve conoscere e comprendere a fondo il suo mestiere e il nostro prodotto. Questo credo scorre da noi come un filo conduttore attraverso l’azienda e naturalmente è valido anche per il nostro personale di vendita, che rappresenta il nostro DNA e la nostra filosofia verso l’esterno. Per questo ogni venditore e ogni rivenditore devono svolgere da noi in loco una formazione, prima di poter includere i nostri mobili imbottiti nell’assortimento. Nulla esclude che potremmo realizzare un fatturato più consistente attraverso i grossisti, ma questa opzione non corrisponde al nostro requisito di qualità.

Quant’è importante il tema dell’innovazione per de Sede?

Estremamente importante. I requisiti sociali posti ai mobili per sedersi cambiano a ciclo continuo. In passato de Sede ha prodotto soprattutto grandi mobili sfarzosi. Oggi le persone vivono di più nella realtà urbana e in spazi più piccoli, per cui necessitano di riflesso di mobili modulari e flessibili. La crisi pandemica ha anche cambiato le esigenze personali – oggi le sedie da tavola devono essere eleganti e al tempo stesso ergonomiche, di modo da poter sia accogliere ospiti sia lavorare comodamente tutto il giorno in modalità home office.

Lei è molto impegnata a favore delle donne. Occorrono più donne ai piani alti?

È quello che vorrei. Ma a condizione che qualità e prestazioni non vengano meno. A conti fatti la capacità dirigenziale di una persona non dipende dall’età, dal genere o dall’origine. È fondamentale che il quadro generale funzioni. Un team formato da persone del tutto eterogenee e capaci di armonizzarsi tra loro riesce a smuovere le montagne e a rendere possibile l’impossibile.

Non è una sostenitrice delle quote rosa?

No. Se ricevo un’offerta di lavoro solo perché sono una donna, non lo considero certo un complimento per le mie capacità o le mie prestazioni. Non è colpa mia se sono nata donna. A mio giudizio si dovrebbe piuttosto puntare sul settore dell’accudimento dei figli per integrare meglio le donne nel mondo del lavoro e permettere loro di compiere una carriera. A tutt’oggi numerose donne sono chiamate a scegliere tra figli e lavoro e questo non è accettabile. Ma non è un problema che possiamo risolvere con le quote rosa.

Cosa vuole ancora raggiungere in futuro?

Che le persone pensino al marchio de Sede ogni volta che acquistano un divano e ci diano l’opportunità di convincerli della nostra qualità, della nostra passione e del nostro prodotto sostenibile ed elegante. 

Botta e risposta

Motto

Andare sempre per il mondo con un sorriso.

Il mio rituale mattutino

Faccio meditazione ogni mattina.

La mia passione

La regata a vela.

Il primo salario

80 franchi di salario mensile nel tirocinio di sartoria femminile.

Un modello personale

Nessuno. Ci sono persone che trovo interessanti e stimolanti, ma non voglio copiare nessuno.

Il più grande trionfo

Aver ridato vita a de Sede.

La peggiore sconfitta

Una regata in barca a vela che ho perso miseramente solo perché il mio ego ha avuto la meglio su di me.

Di quanto sonno ho bisogno

Il sonno è sopravvalutato.

Cucio ancora oggi

Molte cose, ad esempio le tende a casa mia.

Dove intendo trascorrere l’ultima stagione della vita

Qua e là nel mondo, in ogni caso con mio marito.

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