Previdenza e salute

«L’aumento dell’età pensionabile raccoglierà ancora più consensi»

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Disaffezione dalla politica, carenza di manodopera specializzata e istituzioni sociali: Valentin Vogt, il presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori, illustra le sue proposte di soluzione per contrastare le sfide economiche.

Il numero di imprenditori che siedono nei due rami del Parlamento si assottiglia ed è raro che un esponente di questa categoria si esprima pubblicamente su progetti politici. Come spiega questo allontanamento dalla politica?

È una questione che preoccupa anche noi. Negli ultimi decenni la struttura e l’internazionalità dell’economia svizzera hanno subito una profonda trasformazione. Oggi abbiamo in Svizzera numerose grosse holding estere guidate in parte da dirigenti provenienti da altri paesi. Questi hanno un legame meno diretto con la politica nazionale o preferiscono, per gentilezza, non manifestare la propria opinione: è un vero peccato. Inoltre molti direttori sono spesso in viaggio d’affari all’estero. Per loro è difficile trovare il tempo per la collettività.

Cosa fa per spronare i leader economici a impegnarsi in campo politico?

Cerco il dialogo con i responsabili delle società e tento di sensibilizzarli sul fatto che molte delle decisioni politiche hanno forti ricadute anche sulle condizioni quadro della nostra economia. Alcuni di loro prendono effettivamente posizione, ma restando in secondo piano o all’interno della propria azienda, si limitano a inviare una mail ai propri collaboratori o a mettere un comunicato in bacheca. L’importante in questo tipo di esternazioni è che vengano rispettati sempre e comunque il registro linguistico e la cultura dell’impresa.

Lei chiede che le madri che lavorano part-time aumentino il loro grado di occupazione. È un modo per ovviare alla carenza di manodopera specializzata?

L’andamento demografico in atto mostra che in futuro avremo circa mezzo milione di collaboratori qualificati in meno. L’aumento del grado di occupazione delle madri non rappresenta da solo la soluzione di questo fenomeno, ma è una risorsa potenziale per attenuarlo. Gradi maggiori di occupazione favoriscono inoltre la parità salariale tra donne e uomini: è indiscutibile, infatti, che le prospettive e le opportunità di carriera di chi lavora al 40 per cento sono inferiori rispetto a quelle di chi lavora all’80 per cento. Per migliorare l’equità di genere sul piano retributivo è necessario che le donne possano arrivare non soltanto ai livelli gerarchici più elevati, bensì anche alle professioni meglio pagate. Si tratta di un processo a lungo termine. Le ragazze devono capire che possono accedere anche ai mestieri tradizionalmente appannaggio degli uomini. In alcuni settori si nota già un’evoluzione in questo senso: ad esempio, tra gli imbianchini o gli installatori elettrici il numero di donne è salito considerevolmente.

«Se poi i deficit dell’AVS continueranno ad aggravarsi, l’aumento dell’età pensionabile raccoglierà ancora più consensi»

Valentin Vogt, presidente dell'Unione svizzera degli imprenditori

 

Aumentare il grado di occupazione porta però le madri ad avere bisogno di più infrastrutture per la custodia dei figli. Chi si assumerà questi costi?

Servono soprattutto appositi servizi diurni nelle scuole, senza tuttavia che vi sia l’obbligo di portarvi i bambini, ma semplicemente a disposizione di chi voglia o debba farlo. È compito dello Stato allestire queste infrastrutture e dovrebbe essere principalmente lo Stato a occuparsi del loro finanziamento. Inoltre i genitori dovrebbero avere la possibilità di detrarre dall’imponibile una quota maggiore delle spese di accudimento. Questo non comporterebbe una diminuzione del gettito fiscale, in quanto le donne lavorerebbero di più, guadagnerebbero di più e pagherebbero anche più imposte. Per i comuni, i servizi diurni di custodia costituiscono un vantaggio per il loro territorio che si traduce in un maggiore afflusso di nuovi abitanti.

Lei ha affermato che le madri lavoratrici non risolvono la carenza di manodopera specializzata. Quali sono, a suo avviso, altre misure adottabili?

In Svizzera circa 50 000 giovani tra i 15 e i 24 anni sono disoccupati, di questi 13 000 sono iscritti agli URC. A ciò si aggiungono i collaboratori più anziani, il cui potenziale non è interamente sfruttato. Circa un terzo di loro esce dalla vita professionale prima di avere raggiunto l’età ordinaria di pensionamento. E inoltre abbiamo la possibilità di integrare nel mercato del lavoro i rifugiati presenti nel nostro paese.

La digitalizzazione cancella posti di lavoro, molti temono la sua avanzata. Questo scenario rende ancora più acuta la carenza di manodopera specializzata?

Al contrario. Malgrado la digitalizzazione, negli ultimi dieci anni sono stati creati in Svizzera circa mezzo milione di nuovi posti di lavoro e, secondo le nostre stime, se ne prevedono altri 200 000 nel prossimo decennio. Ritengo che la maggioranza delle aziende svizzere sia pronta per la digitalizzazione, diventata imprescindibile anche per conservare la competitività. Lo Stato è chiamato a instaurare le condizioni quadro idonee. Nel complesso, la digitalizzazione presenta più chance che rischi per il nostro paese.

«Il fatto che in Svizzera molti compiti vengano svolti nel ‹sistema di milizia› è uno dei nostri punti di forza»

Valentin Vogt, presidente dell'Unione svizzera degli imprenditori

 

Lei vuole garantire il futuro delle istituzioni sociali innalzando l’età pensionabile. Le sembra un’idea ragionevole alla luce delle grosse difficoltà che gli ultracinquantenni incontrano nella ricerca di un posto di lavoro?

La quota di disoccupati over 50 è più bassa di quanto si creda generalmente. Solo un po’ più del 2 per cento perdono il lavoro in questa fascia d’età, tre quarti trovano un nuovo posto entro due anni. Quando l’età pensionabile delle donne è stata aumentata di un anno non vi sono stati contraccolpi sulla disoccupazione. Gli innalzamenti progressivi di un anno si sono poi succeduti nel tempo. Penso che oggi un’età pensionabile a 65 anni troverebbe una larga convergenza politica. Se poi i deficit dell’AVS continueranno ad aggravarsi, l’aumento dell’età pensionabile raccoglierà ancora più consensi.

Come riesce a convincere gli imprenditori ad assumere più collaboratori anziani?

In veste di mentor aiuto regolarmente le persone meno giovani a trovare un nuovo posto di lavoro. Nella maggior parte dei casi l’obiettivo viene raggiunto. Occorre cambiare l’opinione comune che si debba lavorare a tempo pieno fino alla pensione. Sarebbe invece opportuno ridurre gradualmente il grado di occupazione, prolungando la permanenza al lavoro oltre l’età ordinaria di pensionamento. Altrettanto obsoleta è l’idea che più si è vecchi e più si debba guadagnare. Questa pretesa spaventa molti imprenditori dissuadendoli dall’assumere collaboratori anziani. Qualora lo stipendio non fosse più così alto, anche i contributi percentuali nella cassa pensione avrebbero una minore incidenza. Inoltre si dovrebbero introdurre alcune modifiche nella LPP: se si procedesse a un livellamento delle graduazioni delle classi d’età per i contributi compresi tra il 7 per cento e il 18 per cento e tutti versassero nella cassa pensione un’aliquota unica per l’intera vita lavorativa, ad esempio il 12,5 per cento della retribuzione, si alleggerirebbero ulteriormente gli oneri salariali per i collaboratori anziani.

Il lavoro di volontariato in Svizzera è particolarmente diffuso. Se questo impegno fosse retribuito aumenterebbero i contributi AVS.

Il fatto che in Svizzera molti compiti vengano svolti nel «sistema di milizia» è uno dei nostri punti di forza. Non ogni attività deve produrre un guadagno: è un principio della nostra cultura e del nostro atteggiamento interiore che ci fa progredire non solo in termini economici, ma anche umani. Un altro vantaggio sostanziale del lavoro non pagato è l’indipendenza. Per il mio mandato come presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori non ricevo alcuna remunerazione, in compenso posso esprimere liberamente la mia opinione.

Intervista: Charlotte Pauk

 

Testo originale pubblicato in «La mia Ditta», la rivista PMI di AXA

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